Nuove Pagine di Vangelo

19 LUGLIO 2020 – XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – anno A

Oggi la Parola di Dio ci mette dinanzi la vera difficoltà, quella alla quale normalmente non si pensa: la sopportazione del male. Mi fermo sulla parabola del grano e della zizzania, perché è come una lettura della storia che Gesù indica. Anche noi diciamo a Gesù come ai discepoli: “Spiegaci la parabola della zizzania”, cioè spiegaci come mai dobbiamo convivere gomito a gomito col male, fuori, ma anche dentro di noi.

La storia è un campo, è un progetto di bene, di bene assoluto, che proviene dalle mani di Dio (E Dio vide che tutto quello che aveva fatto era cosa buona – dice il testo di Genesi) dove si inserisce un incidente. Dice Padre Maria Turoldo, indicando la colpa d’origine: “È successo qualcosa all’origine”. È un mistero ovviamente, ma noi sperimentiamo, nel nostro piccolo e poi sul piano della storia universale, che insieme con il bello convive il brutto, che insieme con il bene convive il male.

Cosa fare? È una domanda che sorge spontanea. Anche noi vorremmo estirpare la zizzania, come gli agricoltori zelanti che vanno dal padrone portandogli questa cattiva notizia.

Ogni parabola deve stupire per la risposta. Noi ci aspetteremmo: “Sì, andate a strappare via la zizzannia”. Invece no: “Non andate”. E perché? Restiamo perplessi… Perché non fare subito “pulizia razziale”? Perché non dividere subito il mondo tra buoni e cattivi? Perché non un giudizio immediato?

Il padrone dice: “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme”. Che saggezza! Lasciate che il grano e la zizzania crescano insieme: poi verrà il tempo del giudizio, verrà il tempo della separazione.

Questa parabola ha una lettura esterna, ma anche una lettura interiore, perché anche nel mio cuore, nel tuo cuore, se mi stai ascoltando, convivono grano e zizzania; anche nella tua famiglia, anche nelle migliori famiglie, a dire che a voler dividere, a voler tagliare drasticamente il male ne saremmo feriti gravemente tutti, anche il Prete che vi sta parlando. Questa risposta, questa sentenza del padrone, sembra nascondere una sorta di debolezza: forse ha paura? Invece in questa riposta c’è una grande misericordia: lasciamo che il tempo faccia il suo corso, lasciamo questa convivenza di bene e male, di grano e zizzania, di voli angelici e di cose turpi; lasciamo convivere queste due anime, queste due modalità, questi due frutti, uno buono e l’altro amaro, e sospendiamo il giudizio (ovviamente mi riferisco a quello di Dio). Qui non si tratta di sospendere il giudizio morale, ma di continuare a tendere a fare il bene, sapendo che anche nell’aiuola pettinata ogni mattina e innaffiata, crescerà gramigna, zizzania, anche nel cuore della vergine, anche nel cuore che pensa d’essere migliore degli altri.

Quand’ero viceparroco, avrei voluto anche io, come tutti i giovani preti, avere una parrocchia modello, una parrocchia perfetta, un parrocchia dove tutti vengono a Messa, dove tutti tendono al bene… Ma una parrocchia così non esiste. Davanti a questa constatazione ci sono due possibilità. La prima: lo scoraggiamento. Non è possibile il bene: è inutile che facciamo i preti, è inutile che io mi dedichi alla mia comunità parrocchiale, è inutile che io continui in questo ufficio che il Superiore generale mi ha affidato.

L’altra possibilità è continuare a sperare nel bene, seminandolo e coltivandolo, e sopportando il male. Detto così sembra una cosa semplicissima, ma, ognuno di voi, nella sua vita, sa quanto è difficile. C’è un’espressione molto bella nel “Diario di un curato di campagna” di Bernanos a indicare questo disagio. Lo spiega il curato di Torcy, che è un prete saggio, parla come padre spirituale del piccolo curato di campagna, giovane, inesperto, e dice: “Guarda che una parrocchia non è un altare del Corpus Domini! Una volta ho avuto una sacrestana che voleva estirpare la sporcizia dalla mia chiesa in ogni angolo, su ogni capitello, e stava a strofinare continuamente, di giorno, di notte… Ma intanto l’umidità, i contadini che venivano con le scarpe sporche dalla campagna rendevano il pavimento e la chiesa parrocchiale sempre sudicia… E la sacrestana ancora con più foga stava a lucidare, finché non morì – dice il curato di Torcy – e sai quale fu il suo errore? La presunzione di voler estirpare la sporcizia”.

Siamo chiamati ad avere pazienza con gli altri. Ma quello che è più difficile è avere pazienza con se stessi. Mi sono impegnato a combattere con me stesso, cercando di sradicare la zizzania dal mio cuore: ci sono riuscito? No. “Ma allora siamo tutti così!”. Attenzione: questo non deve tranquillizzarci, farci abbassare la guardia, ma mi deve portare a pensare a questo. Se non presumo di me, se sono umile, riesco a combattere il male fuori e dentro di me con maggiore facilità, perché parto da una constatazione, che è quella che viene dal padrone del campo: “Lasciate che il grano e la zizzania crescano insieme”. Io voglio immaginare che questa convivenza possa creare una trasformazione; chissà che la zizzania, vivendo così a lungo, gomito a gomito col grano, non ne sia contagiata. Voi starete pensando che succede anche il contrario; è vero, ma nella mente di Dio, nella pazienza di Dio, questo rimandare il giudizio è in vista di un bene, in vista di una misericordia da utilizzare, in vista di una conversione, che magari non è avvenuta a tutt’oggi, ma può accadere domani. Allora diamogli un’altra possibilità. Lo abbiamo pregato nel salmo: “Tu sei buono, Signore, e perdoni. Lento all’ira e ricco di amore”, perché, come ci ha detto il libro della Sapienza: “dopo il peccato concedi il pentimento”.

Alla fine è la pazienza che avremo avuto con gli altri che ci otterrà quella di Dio, il giorno in cui ci presenteremo, certamente sudici, al Suo cospetto, come i bambini che tornano dai loro giochi alla sera, almeno un po’ di tempo fa. Immagino che abbiate anche voi, nel vostro repertorio infantile, questi ricordi: gettàti in una vasca perché non c’è un angolino dove non si sia insudiciati e graffiati. Sarà così anche alla fine della nostra vita.

Mentre camminiamo sulle strade di questa terra, riconosciamo la nostra debolezza e, come ricorda San Paolo ai Romani, chiediamo sempre l’aiuto allo Spirito Santo, che intercede per noi con gemiti inesprimibili, con tutta la sua forza.